Scese rapidamente, come nessuno può fare. Partì dall’angolo estremo del soffitto, e per arrivare al centro della ragnatela impiegò solo pochi e rapidissimi attimi. Si avvicinò al primo bozzolo, grigio e a forma di siluro, completamente avvolto da un consistente spessore di filamento opaco. Si soffermò e sembrò annusarlo. Poi con uno scatto si diresse verso la seconda preda, senza dubbi quella più fresca, un altro essere umano privo di vita il quale era solo parzialmente ricoperto di tela, quel tanto che bastava a non fargli perdere il contatto con la trappola e precipitare a terra. Le sue forme, a differenza dell’altro corpo, erano ancora chiaramente visibili. Quasi tutto il busto era libero ed il pallore del viso risaltava come un macabro faro nell’oscurità della stanza. L’aracnide si soffermò per pochi istanti, poi si mise le due zampe anteriori all’interno della bocca trattenendole al suo interno. Con velocità inafferrabile avvinghiò il corpo della preda aiutandosi con le altre due zampe centrali e tenendosi aggrappato alla tela solamente con le due coppie di zampe posteriori. Fece sapientemente girare sotto di sé il cadavere dell’uomo e nello stesso momento in cui esso roteava, si avvolgeva del filamento appiccicoso che fuoriusciva dalla bocca del ragno. Trascorsero solo pochi secondi ed un altro bozzolo, ora identico al primo, pendeva dalla tela. Il nero insetto si diresse nuovamente verso il primo corpo, lo tastò con le zampe anteriori come per saggiarne la consistenza, poi con facilità disarmante, lo sollevò e lo mise per metà della sua lunghezza in bocca producendo brevi e secchi scrocchi mentre lo spezzava in due distinti tronconi. Si nutrì della prima metà con la stessa velocità con la quale successivamente avvolse di tela il secondo rimanente tronco, conservandolo per il futuro. Il ragno si fermò quindi al centro della tela, senza mutare posizione, immobile.
L’uomo accovacciato a pochi metri di distanza, al di là della parete semi abbattuta all’interno dell’androne, rimaneva ad osservare, completamente fermo, cercando di respirare il più dolcemente possibile e con la bocca aperta, per evitare di emettere sibili nell’aria. Rimase a lungo senza muoversi, con le ossa malandate dal dolore e con il timore che l’aracnide avesse potuto captare la sua presenza.
Poi di scatto il ragno si mosse, tornando nella sua posizione originaria, nell’angolo più alto e buio, sul soffitto della stanza. Rimase immobile e satollo, presenza nera ed invisibile.
L’uomo infine si adagiò, dopo quasi un’ora di attesa, solo dopo aver avuto la certezza che i propri movimenti non sarebbero stati notati, solo quando si convinse, ma senza esserne affatto sicuro, che fino alle prossime luci del mattino la bestia non avrebbe avuto ancora bisogno di cibo. Si sdraiò al riparo del muretto, sopra vecchie assi e tubi di ghisa, rassegnandosi a condividere la notte con il ragno. Si addormentò senza speranza. La notte, come l’alba, aveva otto zampe.