domenica, 18 maggio 2008

L’orizzonte opaco si estendeva abbracciando desolate distese grigie e pietrose. In lontananza le guglie delle torri guardiane, si alzavano dalla terra al cielo come lunghe dita, graffiando le nubi. La falce rossa del sole illuminava il tramonto grondante porpora.

L’uomo camminava solo, il rumore dei passi nel silenzio, mentre la strada di pietra nera si delineava di fronte a lui come una cicatrice senza fine. Da lontano udì uno sferragliare sempre più distinto, poi una piccola sagoma si fece progressivamente più grande. Fu così che l’uomo incontrò il vecchio senza gambe. Poggiava il busto su una piastra di ferro sotto la quale erano fissati dei cingoli meccanici. Aveva occhi sbarrati, con palpebre fisse, immobili. La carne cascante lasciava il corpo ossuto, ricoperto solo di pelle.

-E’ là che vai- sembrò dire il vecchio anche se non fu fatta alcuna domanda, anche se non fu indicata alcuna destinazione.

-Chi sei, vecchio?- domandò l’uomo.

Il vecchio non rispose. Si limitò a guardarlo dal basso verso l’alto, con lo sguardo fisso, con gli occhi che non si chiudevano mai. La lama calante del sole ora penetrava verticalmente l’orizzonte ferito, ed una macchia di luce scarlatta si diffondeva lentamente intorno ad esso.

-Chi sei, vecchio?- chiese di nuovo l’uomo.

Il vecchio raggrinzito alzando leggermente il mento aprì la bocca dalla quale, con un fruscio impaziente, ne uscì uno sciame di falene che lo avvolse in un frenetico sbattere d’ali.

 

 

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domenica, 18 maggio 2008

L’uomo raggiunse le prime sagome delle case abbandonate. Gli scheletri di cemento implorando pietà, si aggrappavano nell’aria con storte unghie d’acciaio. Le entrate delle abitazioni, bocche spalancate di mattoni sdentati, urlavano sulla strada i loro terribili ricordi mentre gli occhi forati dei ruderi, accompagnavano i passi guardinghi dell’uomo, piangendo cocci polverosi.

La strada era ampia, disseminata di carcasse di macchinari, invasa da rottami abbandonati e rotolanti in balia dei turbini di polvere rossa. L’uomo si riparò, arrotolandosi la sciarpa attorno al viso, lasciando libere solamente le fessure degli occhi. Continuò a camminare facendo attenzione a rimanere al centro della strada, evitando di rasentare le nere aperture delle case, pericolose e brulicanti fucine. Il sito di distribuzione alimentare era da qualche parte nella selva di ruderi, e cosa più importante, avrebbe dovuto essere uno dei pochi ancora funzionante.

L’uomo avvertì all’interno del caseggiato alla sua destra il rumore di un oggetto cascante, qualcosa di urtato, sicura presenza di esseri in movimento. Appoggiò la mano sull’impugnatura della mazza infilata nella cintura. Avanzando lentamente verso il fondo della strada, nella direzione di un grande spazio aperto tartassato violentemente da mulinanti nubi rosse, si fermò nei pressi di un lampione contorto. Era ridotto ad un palo d’acciaio piegato sinistramente verso l’asfalto con l’alloggiamento per la lampada, ondeggiante al vento, a meno di un metro di altezza dal terreno. Qualcuno aveva divelto la coppa protettiva in metallo la quale giaceva poco distante. Al suo interno si scorgevano dei resti ammuffiti di materia organica, probabilmente cibo. L’uomo li esaminò, erano induriti, verdi e inodori. Chiunque fosse stato l’essere umano passato di lì, lo aveva fatto oramai da molti giorni, e le possibilità di avere qualche contatto con lui erano quindi nulle.

Improvvisamente di nuovo il rumore, sempre dallo stesso rudere ma questa volta molto più forte, molto più frettoloso. Solo qualcosa di veramente grande avrebbe potuto effettuare un simile spostamento. L’uomo si voltò verso la porta. Subito dopo, la cornice irregolare dell’entrata ebbe un leggero tremore. Dalle giunture di cemento scesero piccole cascate polverose di calcinaccio poi, l’esplosione sbriciolò il contorno della porta e due nere tenaglie perforarono i mattoni della parete fuoriuscendo all’esterno come lucide spade frastagliate. Dopo pochi secondi quello che rimaneva della porta non esisteva più. Al suo posto un enorme e avanzante muso nero rostrato, sibilava all’indirizzo dell’essere umano, divenuto un errante fuggitivo senza dimora.

 

 

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domenica, 18 maggio 2008

Le grate metalliche dell’aerazione traballavano, rumorose ed arrugginite, mandando aria fetida. I distributori sverniciati erano dislocati l’uno accanto all’altro estendendosi su un intera parete. Alcuni erano sfondati, altri avevano squarci impressionanti, disumane cicatrici slabbrate, opera di tenaglie, rostri, mandibole e denti appuntiti. Due di essi sembravano ancora funzionare perchè mostravano piccoli led lampeggianti di colore giallo ed emettevano un sordo ronzio.

L’uomo si diresse verso le macchine scavalcando il corpo della prima geometride, quella più corpulenta. Lo fece facendo attenzione a non affondare gli stivali nella poltiglia giallastra che fuoriusciva dal suo addome. La seconda falena, di poco distante, era ancora viva nonostante il cranio sfondato. Cercava caparbiamente di muoversi verso l’uscita facendo inutilmente leva con le zampe sul pavimento piastrellato. Continuava a scivolare sia per mancanza di forze, sia per le interiora sparse sul pavimento lucido e sdrucciolevole. Ogni suo tentativo fallito era un tonfo rumoroso ed agonizzante, ogni suo movimento risultava comico se non fossero stati gli ultimi spasimi di una vita.

L’uomo posò la mazza ancora sporca di scaglie sui dispenser, cercando di non perdere troppo di vista sia l’entrata del locale che l’insetto morente il quale insisteva senza tregua nel suo intento. Prelevò diverse dosi di cibo, poi decise di prendere anche diverse razioni delle falene. Quelle immangiabili schifezze le avrebbe sicuramente barattate con la propria sopravvivenza nei giorni successivi.

Nascose tutta la merce all’interno della giacca poi riprese la mazza avviandosi verso la porta scardinata. Passò accanto alla falena morente la quale trovò ancora la forza di girare il capo verso di lui. Un prisma deforme di occhi indefiniti incontrò il suo sguardo. La geometride sussultò in un ultimo vano atto aggressivo, spalancando la bocca e sbattendo irregolarmente le ali. Infine si accasciò sconfitta sul pavimento, sibilante e stremata, arrendendosi all’evidenza.

L’uomo prima di uscire afferrò la mazza e senza attendere, la calò con forza sul cranio dell’insetto il quale si aprì, mostrando le indecifrate composizioni della razza dominante.

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domenica, 18 maggio 2008

I segni della consumazione umana erano chiaramente visibili davanti a lui. Polvere, ruderi e silenzio. La notte incombeva. Notte di nera corazza, di antenne vibranti e sibili incalzanti. Notte di figure avanzanti e di ombre allungate.

L’uomo era alla ricerca di un posto sicuro dove aspettare l’alba, dove sfuggire al proprio quotidiano ed inevitabile tramonto.

Notò il rudere di una piccola villa, all’angolo della strada. Si scorgeva ancora una cancellata in parte semi-divelta che delimitava quello che un tempo doveva essere stato un giardino. Ciò che rimaneva dell’edificio sembrava abbastanza sicuro, protetto, con poche aperture verso l’esterno. Attraversò lo spazio antistante affondando le scarpe nella spessa coltre di polvere rossa, avvertendo sotto le suole la presenza di forme irregolari, di oggetti e cose abbandonate. L’oscura ombra della notte assorbiva a vista d’occhio il colore porpora del cielo, trasformando l’avvicinarsi dell’uomo alla facciata diroccata del rudere, in un sinistro e scrostato scolorire.

Si avvicinò all’entrata buia ed informe, ostruita da calcinacci pericolanti, aggrappati ai mattoni con pochi e fragili filamenti di intonaco. Attese. Nessun rumore, nessun grattare. Attese ancora, cercando di captare qualche sibilo o un ticchettare, un brulicare. Nulla. Afferrò la mazza e mosse i passi all’interno, nella tana degli insetti, verso un buio e coatto destino.

Ogni luogo chiuso è una tana per insetti, ma di notte, all’esterno, da molto tempo non è più possibile sopravvivere.

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domenica, 18 maggio 2008

Scese rapidamente, come nessuno può fare. Partì dall’angolo estremo del soffitto, e per arrivare al centro della ragnatela impiegò solo pochi e rapidissimi attimi. Si avvicinò al primo bozzolo, grigio e a forma di siluro, completamente avvolto da un consistente spessore di filamento opaco. Si soffermò e sembrò annusarlo. Poi con uno scatto si diresse verso la seconda preda, senza dubbi quella più fresca, un altro essere umano privo di vita il quale era solo parzialmente ricoperto di tela, quel tanto che bastava a non fargli perdere il contatto con la trappola e precipitare a terra. Le sue forme, a differenza dell’altro corpo, erano ancora chiaramente visibili. Quasi tutto il busto era libero ed il pallore del viso risaltava come un macabro faro nell’oscurità della stanza. L’aracnide si soffermò per pochi istanti, poi si mise le due zampe anteriori all’interno della bocca trattenendole al suo interno. Con velocità inafferrabile avvinghiò il corpo della preda aiutandosi con le altre due zampe centrali e tenendosi aggrappato alla tela solamente con le due coppie di zampe posteriori. Fece sapientemente girare sotto di sé il cadavere dell’uomo e nello stesso momento in cui esso roteava, si avvolgeva del filamento appiccicoso che fuoriusciva dalla bocca del ragno. Trascorsero solo pochi secondi ed un altro bozzolo, ora identico al primo, pendeva dalla tela. Il nero insetto si diresse nuovamente verso il primo corpo, lo tastò con le zampe anteriori come per saggiarne la consistenza, poi con facilità disarmante, lo sollevò e lo mise per metà della sua lunghezza in bocca producendo brevi e secchi scrocchi mentre lo spezzava in due distinti tronconi. Si nutrì della prima metà con la stessa velocità con la quale successivamente avvolse di tela il secondo rimanente tronco, conservandolo per il futuro. Il ragno si fermò quindi al centro della tela, senza mutare posizione, immobile.

L’uomo accovacciato a pochi metri di distanza, al di là della parete semi abbattuta all’interno dell’androne, rimaneva ad osservare, completamente fermo, cercando di respirare il più dolcemente possibile e con la bocca aperta, per evitare di emettere sibili nell’aria. Rimase a lungo senza muoversi, con le ossa malandate dal dolore e con il timore che l’aracnide avesse potuto captare la sua presenza.

Poi di scatto il ragno si mosse, tornando nella sua posizione originaria, nell’angolo più alto e buio, sul soffitto della stanza. Rimase immobile e satollo, presenza nera ed invisibile.

L’uomo infine si adagiò, dopo quasi un’ora di attesa, solo dopo aver avuto la certezza che i propri movimenti non sarebbero stati notati, solo quando si convinse, ma senza esserne affatto sicuro, che fino alle prossime luci del mattino la bestia non avrebbe avuto ancora bisogno di cibo. Si sdraiò al riparo del muretto, sopra vecchie assi e tubi di ghisa, rassegnandosi a condividere la notte con il ragno. Si addormentò senza speranza. La notte, come l’alba, aveva otto zampe.

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domenica, 18 maggio 2008

Erano in tre, vestiti di luridi stracci e vivevano sottoterra in uno scantinato al di sotto di un chiesa diroccata. L’uomo se ne accorse per aver notato un debole filo di fumo salire da una grata di scarico posta sul marciapiede di fronte all’edificio. Dal sottosuolo, fra le sbarre metalliche protette da una rovinata piastra in plexigas, era apparsa la pallida figura di una mezza faccia di uomo con un rosso occhio venoso e spalancato, a scrutare l’intruso.

Dopo pochi minuti lo avevano fatto scendere. Erano i primi esseri umani incontrati dopo settimane. La cantina era debolmente illuminata da una piccola fiamma tremante proveniente da un vecchio lume funzionante con grasso di animale. L’uomo dagli occhi iniettati di sangue, quello che lo aveva scrutato da dietro la grata, armeggiava con uno spillone lungo e rugginoso sul quale era infilzata una carcassa parzialmente cotta. Un altro uomo, incredibilmente magro e smunto, era seduto su un bidone metallico e addentava un grosso pezzo di carne scura, masticando rumorosamente. In fondo alla stanza dove la luce debole arrivava a malapena, c’era una donna, sdraiata su una stuoia lisa e bucata, piegata malamente sopra il pavimento nero. Dormiva con l’avambraccio sotto al capo, unte ciocche di capelli scuri le coprivano gli occhi cadendo arricciate sulla pelle macchiata e fuligginosa del viso.

Nessuno parlò e l’uomo se lo aspettava. L’essere umano non parla più da molto tempo se non quando necessario. L’uomo sapeva cosa doveva fare. Estrasse dalla giacca le razioni di cibo per falene e le posò su una lamiera scura e rovinata, il cofano di una carcassa di automezzo adibito a tavolo. Poi scrutando le impassibili espressioni dei due uomini, decise di aggiungere anche una delle tre razioni di cibo per umani. Senza modificare l’espressione del viso, l’uomo dagli occhi iniettati di sangue strappò un pezzo di carne dallo spiedo porgendolo all’ospite, come segno che lo scambio era stato accettato.

L’uomo afferrò la carne mordendola con voracità, cercando di placare i morsi della fame aggrappati con zanne invisibili alle pareti interne dello stomaco. Era una coscia, forse di coleottero ma aveva poca importanza, il sapore degli insetti era tutto uguale, indipendentemente dalla razza. L’afferrò per lo stinco, la pelle nera e setolosa, indurita e bruciacchiata dalla cottura, si fece ruvida e pungente nel palmo della mano. Continuò a mordere e a masticare, ad introdurre cibo in bocca ancor prima di aver inghiottito, affondò il viso nella zampa fino a raggiungere la cartilagine delle ossa, dove la carne era poco cotta. Continuò a mangiare, come se niente avesse importanza. Nulla oramai aveva più importanza.

 

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domenica, 18 maggio 2008

Nel centro della piazza si ergeva un monumento abbattuto. In piedi sul piedistallo, l’uomo magro e quello dagli occhi rossi ed insanguinati, sbattevano dei tubi di metallo sul bordo del marmo crepato. Al terzo uomo, l’ultimo arrivato, fu affidato il compito più pericoloso, l’avanguardia. La donna invece, attendeva nascosta dentro la carcassa di una vecchia auto, in fondo al viale, oltre la fila di edifici distrutti. Aveva in mano una rudimentale balestra costruita con pezzi di ferro saldati ed una fascia di gomma elastica.

La vista era offuscata dalle nubi di detriti alzate dal continuo vento teso, schermi polverosi nascondevano a tratti le entrate dei caseggiati che delimitavano la piazza. L’uomo con la mazza stretta in pugno camminava descrivendo un cerchio attorno al monumento crollato, gli occhi fissi sui turbini rossi erano pronti ad identificare un nemico improvviso sbucato dalla polvere, attirato dal richiamo metallico. Le sinistre campane prodotte dai due uomini sul piedistallo si mescolavano al fischio del vento, nel fremere adrenalinico di un’apparizione certa.

Poi, silenziose avanzarono almeno in cinque, sbucate dal nulla, rosse come le nubi che spazzavano violentemente il terreno. Giunsero rapidamente, disegnate sullo sfondo, enormi sagome color aragosta. Attaccarono da dietro il piedistallo, di sorpresa, mentre l’uomo d’avanguardia era dalla parte opposta. Una di esse balzò in modo scomposto verso i due uomini schiantando il proprio addome sugli spigoli pietrosi. Con una delle due possenti mandibole riuscì ad afferrare la gamba destra dell’uomo magro, chiudendo violentemente le due forbici rosse e ricurve fino a quando non si congiunsero. L’arto si staccò di netto. L’urlo lancinante soverchiò il vento.

L’uomo con la mazza fuggì verso il viale in direzione della carcassa d’auto, seguito dall’uomo con gli occhi insanguinati. Nella piazza, le formiche si accanivano rapide e silenziose sul corpo dell’uomo magro, sconvolto dalle ultime convulsioni di vita, lo trascinarono via, verso le entrate delle abitazioni, scomparendo nella polvere. Non paghe, altre due brulicanti bestie inseguirono i due uomini lungo il largo viale. I due fuggitivi oltrepassarono la carcassa dell’auto dividendo le loro strade nelle vie secondarie.

In quel momento il dardo partì. Scoccò sibilando da uno spiraglio di lamiera, trapassando con precisione il collo dell’insetto più avanzato il quale cadde strisciando esanime per qualche metro. La seconda formica passò oltre all’inseguimento di una delle due esche.

Quando essa tornò, pochi minuti più tardi, si soffermò vicino al corpo della formica stesa a terra, cercando caparbiamente di trascinare il corpo troppo pesante verso la piazza da dove erano venute. Infine dopo diversi tentativi andati a vuoto dovette desistere, allontanandosi fra le folate di nebbia rossa.

I tre uomini superstiti sbucati dai loro nascondigli, legarono rapidamente il cadavere dell’insetto utilizzando spessi pezzi di corda annodati fra loro. Trascinarono la formica verso lo scantinato, prima che ne giungessero altre a reclamarne il corpo.

 

 

 

 

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domenica, 18 maggio 2008

L’uomo si adagiò per dormire sulla maleodorante e scomoda stuoia percependo quasi subito il calore emanato dal corpo della donna. Si distanziarono entrambi, contemporaneamente, come se il calore non facesse parte del mondo. La notte faceva filtrare attraverso la grata, definite lastre di luce argentea le quali illuminavano parzialmente la cantina. L’uomo dagli occhi rossi dormiva poco distante sopra dei cartoni pressati, producendo un regolare suono nasale. I loro corpi si incontrarono un’altra volta. Stettero a contatto qualche secondo in più, prima di separarsi nuovamente. Fuori, qualche metro sopra, il mondo frusciante non era più per loro, non era più proprietà dell’uomo.

Si toccarono ancora una volta, casualmente, rimanendo ad ascoltare curiosi il vibrare delle membra. La donna respirava ora in maniera più affannosa e la sua pelle emanava l’odore acre e pungente del sudore stantio. Si toccarono, in maniera esplicita, come spinti da riflessi arcaici riaffiorati da vite precedenti, da loro mai vissute. Nel mondo non c’era più spazio per l’amore, sconfitto dalle copulazioni meccaniche, dalle riproduzioni seriali, dalle larve, dalla procreazione a puro scopo moltiplicativo. L’amore era morto dissolvendosi sulle loro bocche congiunte ed indurite come corazze d’insetto. Si accoppiarono, sudici e fradici, mentre il mondo sopra di loro friniva. Si accoppiarono leccando l’amaro sapore della polvere. Consumarono rapido e convulso, l’istinto freddo e pugnalatore di ogni speranza futura, brulicando sulla stuoia, iniettando nei loro corpi il seme dell’estinzione.

 

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domenica, 18 maggio 2008

L’uomo si era rannicchiato dentro ad un cassonetto dei rifiuti ricoprendosi con fogli di cellophane e pezzi di polistirolo. Cercò di riposare attendendo momenti più propizi. Passarono diversi grossi animali, egli ne avvertì i passi e la frenesia cieca, ma essi non percepirono il suo odore.

Era fuggito alle prime luci del mattino, abbandonando lo scantinato sotto la chiesa diroccata. I ricordi del risveglio del mattino, lo fecero sussultare dal torpore causato dal caldo sviluppatosi all’interno del nascondiglio. Nella sua mente riaffiorarono vivide le immagini. Aveva visto la donna sdraiata sulla stuoia accanto a lui ed aveva visto il suo viso, orribile maschera senza vita. Decine di minuscoli insetti alati entravano ed uscivano dalle sue narici, dalla bocca, si addensavano agli angoli degli occhi. Si era alzato di scatto, sconvolto ed impaurito, scrollandosi di dosso gli animaletti che cercavano di risalire sui suoi vestiti. Barcollando al centro della stanza aveva guardato un’ultima volta il corpo della donna, immobile e conquistato, cercando invano di localizzare da quale fessura durante notte, erano potuti entrare. Poi confuso, aveva visto l’uomo dagli occhi rossi o meglio la moltitudine di insetti che lo ricoprivano. Erano milioni e rivestivano quasi la totalità del corpo dell’uomo adagiato a terra, muovendosi come un onda grigia.

L’uomo giaceva nel cassonetto, fuggito lasciandosi indietro ogni cosa, fattosi largo fra nugoli di piccole creature volanti, che nella cantina saturavano l’aria.

L’uomo si raggomitolò attendendo il calare del sole. Un foglio di giornale trasportato dal vento si incastrò sfarfallando sull’unica apertura presente fra i coperchi chiusi del cassonetto, eclissando temporaneamente ogni spiraglio di luce.

 

 

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domenica, 18 maggio 2008

L’orizzonte opaco si estendeva abbracciando desolate distese grigie e pietrose. In lontananza le guglie delle torri guardiane iniziarono a mostrare i loro appuntiti contorni. La lama ricurva del sole strappò il tessuto del cielo nero, affiorando rossa dalla terra e spargendo porpora sul terreno.

L’uomo camminava solo, il rumore dei passi nel silenzio, mentre la strada nera e polverosa si delineava di fronte a lui come una cicatrice senza fine. Alle sue spalle scomparvero le ultime sagome della città, gli ultimi resti dei ruderi, inghiottiti dalla linea ricurva della terra.

Fu così che l’uomo fuggì, ma lo fece lentamente, misurando i passi e risparmiando le forze, mentre la mazza ferrata dolcemente dondolava agganciata alla sua cintura. Si fermò sul ciglio della strada, in posizione eretta, attratto dalla colorazione del cielo. Aveva occhi sbarrati, con palpebre fisse, immobili. La carne cascante lasciava il corpo ossuto, ricoperto solo di pelle. Si fermò ad osservare l’alba con gli occhi fissi e spalancati, con le palpebre che non si chiudevano mai.

Mentre il sole come una grande alabarda, assorbiva l’energia della notte diffondendo alle nubi il colore del coagulo, l’uomo si voltò, ed alzando leggermente il mento aprì la bocca dalla quale, con un fruscio impaziente, ne uscì uno sciame di falene che lo avvolse in un frenetico sbattere d’ali.

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