Il beduino errante venne di notte lasciando scie di cobalto, a bordo del suo cocchio di conchiglie trainato da sei aironi e un dromedario. Venne col serbatoio pieno di sogni e la stiva colma di pappagalli parlanti distribuendo magie ai bimbi addormentati. Donò penne con le gambe e matite colorate vestite con scarpe da ginnastica e pantaloni a strisce. Regalò pastelli di cera i quali amavano essere rincorsi scappando a piè veloce da banchi e scrivanie. Quando i bambini riuscivano ad acchiapparli essi, emettendo furbe risatine, solevano solleticare le mani, cercando così di sfuggire ancora. Tenendoli ben saldi in pugno però, i pastelli aiutavano i bambini a colorare i magici disegni che solo loro sanno fare. Disegni di fanciulli che come le matite, magicamente prendevano vita. Le persone, gli animali e gli oggetti colorati con quattro tratti e cinque graffi, sbadigliando si alzavano dal foglio e con gran sgranchirsi di ossa, camminavano di vita propria. I mostri, i coccodrilli e i giganti, disegnati quasi per scherzo ai lati o in fondo ad un foglio, prendevano vita anch’essi iniziando a rincorrere ometti, omettini e bestiacce in giro per le stanze. Che gran confusione quando la voce si sparse in giro! Tutti i bambini che lo vennero a sapere, iniziarono a disegnare i propri sogni e i loro desideri più strani. Così ci fu chi disegnò intere battaglie di carri armati contro enormi galeoni, chi mostri a quattro teste contro enormi mitragliatori, chi dischi volanti, paracadutisti e pianeti da mangiare, e poi uccelli, piante, ruscelli e fiori dando al mondo vita nuova e nuovi colori. La notte pullulava di disegni che correvano e di schizzi parlanti, di desideri danzanti e sogni semoventi. Poi lentamente, il buio scolorì sbiadendo ogni timore del cielo. Il beduino errante passò, perdendosi lontano, lasciando profumo di zenzero e lampi di genio dalla sua carrozza d’osso. Scomparve perdendo piume d’uccello e sogni gentili, narrando promesse ai bambini, i quali ogni sera, all’ora del sonno, si addormentano sperando di incontrarlo ancora.

E’ perpetuo il raggio pallido che perfora i pertugi ossei trasformando le consuetudini. Come ogni notte mi reco sulla pietra più grande per farmi toccare con eccessiva morbosità. Le abitudinarie braccia della luna, precise e disegnatrici, sono scese dal soffitto basso per leccare il desiderio mio sugli altri. Quando la mia pelle si trasforma, quando il pelo è per metà bianco e odora di liane e oggetti nascosti, è possibile anelare i propri simili allargando narici ed inspirando pungenti attrattive. Piove bava sulla tavolozza dei colori.
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C’è una vecchia contadina nel casolare. Dice che un lupo ulula, e si rimbocca le coperte sul viso.
( "Dammi le chiavi, mia cara, che l’inverno è appuntito ed il branco mi reclama").
La vecchia spegne il lume e si rende sorda perché vuole continuare a vedere i pipistrelli e le stelle nella loro forma originale.
( "Dammi le chiavi ti ripeto, poiché avanzo pretesa di essere salvato").
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Licantropo. Attendo l’alba che usa colorarmi la coda, vecchio veterano delle tane oscure, i miei non sono mai sonni tranquilli ma sono colpi di martello del giorno che rimbalzano nei panorami angusti. Avida e crudele tu sei luce estesa, fabbro dello psicotico clangore, instancabile lavoratrice da encomio solenne.
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" Quest’uomo è compiaciuto nell’immergere un piede nudo nel letame .
Quest’uomo prova piacere nello specchiarsi le ferite della carne, ed aprirle con le dita.
Quest’uomo astratto salta su isole finte traballando nel vuoto della vertigine che cadrà ".
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Il verde tappeto di prato era decorato di freddo con dei rossi rivoli rappresi a fermarne l’immagine, e questo anche ieri sera. L’occhio morto guardava fisso verso un punto trasversale con delle angolature improponibili oltremodo innocue. Il lupo si leccava il palato appiccicoso e aveva voglia di dormire. Dopo che ebbe azzannato i pozzi oscuri, dopo che fu fatto il travaso e l’anima fu accarezzata con comprensione, si mise a russare su una pagina bianca sperando in qualche zaffata di tepore.
Edhra sale su scale di sughero, nella spirale della chiocciola, senza timore del tuono o di ciò spaventa l'ignaro. Dei fiori piacevoli sono stati seminati ai lati della strada e crescono rigogliosi, in questi ultimi mesi. Ehdra sorride ad una nuova margherita che il timido sorriso ha sospinto fra i gambi delle ginestre.
( "…Danza gialla farfalla punteggiata d'inchiostro, che il cielo solleva nel palmo il tuo spirito giovane…")
Lei sognava che il silenzio della neve un giorno avrebbe potuto placare i discorsi. Sognava e mangiava fiocchi, nel vento degli inverni giocosi e infantili, prendendoli al volo e ridendo con la bocca aperta. Edhra ama ancora la neve. La traiettoria delle rondini termina nel campo alto, dove mani di rubino e di pallide unghie ne gettano a manciate facendo ridere gli scoiattoli.
("…Sdraiati sul mio bianco manto e riposati, mio gustoso frutto senza buccia, desidero ricoprire i tuoi pensieri e poi, quelli degli altri…")
Ehdra non teme il freddo e tornerà a giocare con scope e carote, con sassi piatti e vecchi cappelli messi storti e poi abbattuti sulla testa dei pupazzi. C'è un maglione nell'armadio, ma oggi è il quarto giorno di primavera e a metà mattina l'aria avrà il tepore delle merende sul prato.
Lei cammina sospesa nei piedi senza stupirsi del rumore che si assottiglia sulle labbra mai ammonite.
Lei allontana controvoglia il ricordo dei visi disperati che nel suo richiamo assente, si adagiano sul fondo degli stagni cheti.
Edhra si siede su un dondolo quando la brezza soffia gentile, da lì può sentire i sussurri e riposare il suo corpo.
("…Senza fretta e che tu abbia tutto il tempo che pensasti di aver perduto…")
La via è un ponte dentro a un buco fra le nuvole. Edhra si volta ogni tanto a guardare ciò che ha lasciato.

Incostanza. Così la chiamano, ma sono solo abili travestimenti, per meglio apparire. E’ tutt’altra cosa e l’uomo volante lo sa.
L’uomo volante sa aggrapparsi da un ramo all’altro, saltare di masso in masso attraverso incredibili paesaggi, sorvolando profondità oscure. Egli dipinge mondi fantastici colorandoli con la penna, li descrive ad altezze insostenibili dove non è ammesso risiedere se non per brevissimo tempo. Da lassù scrive ciò che vede, mondi bellissimi, improbabili, e voragini senza fondo, niente di ciò che sta nel mezzo, nulla del mondo comune, niente di ordinario, solo contrasti, antipodi, eccessi, limiti. L’uomo volante gioca rischiose partite dove non sono ammessi piedi in fallo ed il terreno friabile della sua mente corre pericolosamente sul ciglio del dirupo. Egli pretende di vivere ad altitudini impossibili ed il prezzo da pagare per tutto questo, è un prezzo molto alto. E’ il prezzo di chi è costretto a spingersi troppo oltre, per il bisogno di capire, per la necessità di vedere. Troppo in alto per poterci rimanere a lungo e la caduta, inevitabile, è solo una questione di tempo.
L’uomo è caduto, come spesso accade, sfinito dall’altitudine, dalla stanchezza, tradito dai mancati appigli. Caduto nei consueti pozzi senza fine, nelle mostruose visioni, da dove attingerà l’inchiostro per descrivere l’insostenibilità che è propria anche dell’ eccessiva profondità.
L’uomo volante tornerà, come spesso accade, e come sempre tornerà lassù dove non è permesso sostare. Salirà ancora, spossante continua altalena. per mettere a repentaglio la propria mente, per scherzare con essa come bisognoso di una droga, perché il mondo comune, paradossalmente, è di un insostenibile grigiore.