domenica, 07 dicembre 2008
  
   Ogni mattino Serafino guarda il cielo, perché il cielo non ha un confine. Serafino osserva il cielo perché è lì che papà è andato, ha varcato ciò che è azzurro raggiungendo spazi scuri, vive in posti un po’ lontani che da lì non può vedere. Serafino osserva il cielo e ne ha carpito un pò i segreti, son realtà che l’uomo ignora, sogni suoi da conservare, gran magie da custodire.
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Il vento occupa quasi tutto il suo tempo a spazzare via le nuvole. E a dormire.
Quando il cielo è azzurro e vuoto, soffia fiacco e più leggero, spira piano e poi si assenta, si assopisce e si addormenta. Le nuvole però, sono furbe e birichine, presto o tardi tornan lì, a fare capolino, ed il vento controvoglia riprende il suo cammino. E’ per questo che egli spesso, appare un po’ nervoso, corre qui e corre di là, caccia via le dispettose, che si addensano nel cielo senza tregua e senza posa. Quando egli è indaffarato oppure ha il sonno un po’ più duro, accade che, una spessa coltre, ricopra tutto il cielo, sporcandolo di grigio e rendendolo più scuro.
Si divertono a bagnare, con piogge spruzzi e sguazzi, ma nel cielo presto o tardi regnan solo gli schiamazzi. Proprio qui il vento si desta, diventa furia e poi tempesta, pone fine alla caciara e manda tutti quanti a casa.
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Piove.
Quando piove, gli uccelli in volo aprono il becco per bere l’acqua nuova e tutti gli altri che si vedono a terra, nelle pozzanghere a becchettare, sono i ritardatari, quelli che dormivano o erano distratti. Piove, ma la pioggia è sempre la stessa, è acqua riciclata, sempre quella che sale e sempre quella che scende. Succede con tutte le cose, anche con le persone che muoiono. Chi muore va oltre il cielo, nei luoghi scoloriti dal turchese, in posti bui e lontani dove sbocciano i pensieri.
Così, ogni fiore della terra è un pensiero di chi è oltre il cielo, e ogni goccia che lo bagna, è un ricordo e un giorno pieno. Le nuvole questo lo sanno, di nascosto e per dispetto, esse annaffian tutti i fiori prima che, furente il vento, giunga e spazzi via ogni cosa.
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Serafino ama le nuvole perché si alzan su nel cielo, fino a dove il grande azzurro per magia diventa nero.
Sono allegre e teppiste, monelle e testarde, impalpabili o invisibili ma soprattutto irraggiungibili. Si nascondono dietro ai monti, fuggono via per poi tornare, salgono l’una addosso all’altra, si disfano e si sciolgono, si ricompongono e cambiano forma. Serafino ama le nuvole perché hanno orecchie da coniglio, sono frecce lunghe e grigie o astronavi gigantesche. Hanno corna come mostri e cappelli di cotone, sono zucchero filato, gomma pane e materassi, han dieci occhi e mille baffi.
Serafino ama le nuvole perché lo fanno ridere. Rotolano nel cielo e si travolgono a vicenda, spaventate ed urlanti, mentre il vento un po’ arrabbiato le ha sorprese a bagnar l’aria.
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Serafino osserva il cielo sognando una cometa.
Ogni persona nel corso della sua vita ha la possibilità di vedere almeno una cometa la quale, accarezzando l’atmosfera, scivola lontano proseguendo il suo viaggio.
Le comete sono veloci ma hanno grandi maniglie per potersi afferrare. Poi, una volta cavalcate, vanno dove le si comanda.
Serafino osserva il cielo immaginando cosa c’è, dove l’azzurro passa al nero.
Serafino osserva il cielo attendendo una cometa, in partenza per il luogo dove sbocciano i pensieri.
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domenica, 07 dicembre 2008

Il beduino errante venne di notte lasciando scie di cobalto, a bordo del suo cocchio di conchiglie trainato da sei aironi e un dromedario. Venne col serbatoio pieno di sogni e la stiva colma di pappagalli parlanti distribuendo magie ai bimbi addormentati. Donò penne con le gambe e matite colorate vestite con scarpe da ginnastica e pantaloni a strisce. Regalò pastelli di cera i quali amavano essere rincorsi scappando a piè veloce da banchi e scrivanie. Quando i bambini riuscivano ad acchiapparli essi, emettendo furbe risatine, solevano solleticare le mani, cercando così di sfuggire ancora. Tenendoli ben saldi in pugno però, i pastelli aiutavano i bambini a colorare i magici disegni che solo loro sanno fare. Disegni di fanciulli che come le matite, magicamente prendevano vita. Le persone, gli animali e gli oggetti colorati con quattro tratti e cinque graffi, sbadigliando si alzavano dal foglio e con gran sgranchirsi di ossa, camminavano di vita propria. I mostri, i coccodrilli e i giganti, disegnati quasi per scherzo ai lati o in fondo ad un foglio, prendevano vita anch’essi iniziando a rincorrere ometti, omettini e bestiacce in giro per le stanze. Che gran confusione quando la voce si sparse in giro! Tutti i bambini che lo vennero a sapere, iniziarono a disegnare i propri sogni e i loro desideri più strani. Così ci fu chi disegnò intere battaglie di carri armati contro enormi galeoni, chi mostri a quattro teste contro enormi mitragliatori, chi dischi volanti, paracadutisti e pianeti da mangiare, e poi uccelli, piante, ruscelli e fiori dando al mondo vita nuova e nuovi colori. La notte pullulava di disegni che correvano e di schizzi parlanti, di desideri danzanti e sogni semoventi. Poi lentamente, il buio scolorì sbiadendo ogni timore del cielo. Il beduino errante passò, perdendosi lontano, lasciando profumo di zenzero e lampi di genio dalla sua carrozza d’osso. Scomparve perdendo piume d’uccello e sogni gentili, narrando promesse ai bambini, i quali ogni sera, all’ora del sonno, si addormentano sperando di incontrarlo ancora.

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domenica, 07 dicembre 2008
La notte possiede centinaia di orecchie e migliaia di occhi per udire ogni voce e notare ogni più piccolo movimento. Ciò che non sopporta sono proprio i rumori, e quando si accorge che qualcosa o qualcuno si muove o produce anche il più piccolo suono, essa ricopre tutto col suo manto nero, imponendo il silenzio.


La notte d’inverno soffia la brina rendendo l’erba di ghiaccio e croccanti le foglie. Scende la notte d’inverno, rallentano i passi ed il pulsare del cuore, avvinghia il bosco in suo potere.La foresta così si addormenta nel colore smeraldo striato d’argento. Nel buio, solo il richiamo di qualche animale echeggia coraggioso e dispettoso, senza ricevere però, alcuna risposta.


Striscia la notte d’inverno, striscia guardiana ed insiste, voltandosi ad ogni rumore, serpeggia guardinga fra i tronchi degli alberi con gli occhi socchiusi. Si abbassa e poi si accuccia, attendendo ogni minimo errore. Continua la notte ad avvolgere il bosco di nero, mentre ogni animale rimane nascosto e per paura, si muove in silenzio.



Più tardi, ma solo dopo una lunga attesa, una piccola intrepida goccia sudando faticosamente, scivola fino all’estremità di un filo d’erba, penzolando coraggiosamente nel vuoto. Si aggrappa ad esso e poi si butta, esplodendo a terra nel silenzio, per un attimo fugace. Il coraggio come riflesso, tutto intorno si diffonde, ed ogni goccia liberata dalla brina, scende dall’alto precipitando nel vuoto, formando piccole pozze musicali.


In questo modo la notte lentamente perde il colore, a forza di accorrere a destra e a sinistra per ogni rumore. Oramai stanca e debole inseguitrice, è troppo lenta per raggiungere ogni luogo nel tentar di placare i suoni. Le goccioline diventano così il ticchettare dell’orologio del bosco, avvertono che è giunto il mattino e che è ora di svegliarsi. Al loro concerto si aggiunge quello degli uccellini. Per primi quelli dal sonno più leggero, poi i più dormiglioni. Iniziano un paio, poi quattro, poi otto, per finire tutti insieme a trasformare il bosco in un grande frastuono.


La notte però, non vuol mai andar via. Resiste cocciuta e testarda, si avvinghia ai cespugli, si aggrappa alle radici degli alberi e si rifugia negli anfratti, sotto le rocce e negli angusti passaggi.All’alba la notte che non sopporta il rumore, spaventata e stremata finalmente fugge via, scacciata dal popolo degli alberi il quale rumoroso, la insegue fino ai confini del bosco.
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giovedì, 12 giugno 2008

Lycanthrope

E’ perpetuo il raggio pallido che perfora i pertugi ossei trasformando le consuetudini. Come ogni notte mi reco sulla pietra più grande per farmi toccare con eccessiva morbosità. Le abitudinarie braccia della luna, precise e disegnatrici, sono scese dal soffitto basso per leccare il desiderio mio sugli altri. Quando la mia pelle si trasforma, quando il pelo è per metà bianco e odora di liane e oggetti nascosti, è possibile anelare i propri simili allargando narici ed inspirando pungenti attrattive. Piove bava sulla tavolozza dei colori.

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C’è una vecchia contadina nel casolare. Dice che un lupo ulula, e si rimbocca le coperte sul viso.

( "Dammi le chiavi, mia cara, che l’inverno è appuntito ed il branco mi reclama").

La vecchia spegne il lume e si rende sorda perché vuole continuare a vedere i pipistrelli e le stelle nella loro forma originale.

( "Dammi le chiavi ti ripeto, poiché avanzo pretesa di essere salvato").

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Licantropo. Attendo l’alba che usa colorarmi la coda, vecchio veterano delle tane oscure, i miei non sono mai sonni tranquilli ma sono colpi di martello del giorno che rimbalzano nei panorami angusti. Avida e crudele tu sei luce estesa, fabbro dello psicotico clangore, instancabile lavoratrice da encomio solenne.

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" Quest’uomo è compiaciuto nell’immergere un piede nudo nel letame .

Quest’uomo prova piacere nello specchiarsi le ferite della carne, ed aprirle con le dita.

Quest’uomo astratto salta su isole finte traballando nel vuoto della vertigine che cadrà ".

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Il verde tappeto di prato era decorato di freddo con dei rossi rivoli rappresi a fermarne l’immagine, e questo anche ieri sera. L’occhio morto guardava fisso verso un punto trasversale con delle angolature improponibili oltremodo innocue. Il lupo si leccava il palato appiccicoso e aveva voglia di dormire. Dopo che ebbe azzannato i pozzi oscuri, dopo che fu fatto il travaso e l’anima fu accarezzata con comprensione, si mise a russare su una pagina bianca sperando in qualche zaffata di tepore.

 

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mercoledì, 11 giugno 2008

Edhra sale su scale di sughero, nella spirale della chiocciola, senza timore del tuono o di ciò spaventa l'ignaro. Dei fiori piacevoli sono stati seminati ai lati della strada e crescono rigogliosi, in questi ultimi mesi. Ehdra sorride ad una nuova margherita che il timido sorriso ha sospinto fra i gambi delle ginestre.

( "…Danza gialla farfalla punteggiata d'inchiostro, che il cielo solleva nel palmo il tuo spirito giovane…")

Lei sognava che il silenzio della neve un giorno avrebbe potuto placare i discorsi. Sognava e mangiava fiocchi, nel vento degli inverni giocosi e infantili, prendendoli al volo e ridendo con la bocca aperta. Edhra ama ancora la neve. La traiettoria delle rondini termina nel campo alto, dove mani di rubino e di pallide unghie ne gettano a manciate facendo ridere gli scoiattoli.

("…Sdraiati sul mio bianco manto e riposati, mio gustoso frutto senza buccia, desidero ricoprire i tuoi pensieri e poi, quelli degli altri…")

Ehdra non teme il freddo e tornerà a giocare con scope e carote, con sassi piatti e vecchi cappelli messi storti e poi abbattuti sulla testa dei pupazzi. C'è un maglione nell'armadio, ma oggi è il quarto giorno di primavera e a metà mattina l'aria avrà il tepore delle merende sul prato.

Lei cammina sospesa nei piedi senza stupirsi del rumore che si assottiglia sulle labbra mai ammonite.

Lei allontana controvoglia il ricordo dei visi disperati che nel suo richiamo assente, si adagiano sul fondo degli stagni cheti.

Edhra si siede su un dondolo quando la brezza soffia gentile, da lì può sentire i sussurri e riposare il suo corpo.

("…Senza fretta e che tu abbia tutto il tempo che pensasti di aver perduto…")

La via è un ponte dentro a un buco fra le nuvole. Edhra si volta ogni tanto a guardare ciò che ha lasciato.

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sabato, 07 giugno 2008

 NUOOO

Incostanza. Così la chiamano, ma sono solo abili travestimenti, per meglio apparire. E’ tutt’altra cosa e l’uomo volante lo sa.

L’uomo volante sa aggrapparsi da un ramo all’altro, saltare di masso in masso attraverso incredibili paesaggi, sorvolando profondità oscure. Egli dipinge mondi fantastici colorandoli con la penna, li descrive ad altezze insostenibili dove non è ammesso risiedere se non per brevissimo tempo. Da lassù scrive ciò che vede, mondi bellissimi, improbabili, e voragini senza fondo, niente di ciò che sta nel mezzo, nulla del mondo comune, niente di ordinario, solo contrasti, antipodi, eccessi, limiti. L’uomo volante gioca rischiose partite dove non sono ammessi piedi in fallo ed il terreno friabile della sua mente corre pericolosamente sul ciglio del dirupo. Egli pretende di vivere ad altitudini impossibili ed il prezzo da pagare per tutto questo, è un prezzo molto alto. E’ il prezzo di chi è costretto a spingersi troppo oltre, per il bisogno di capire, per la necessità di vedere. Troppo in alto per poterci rimanere a lungo e la caduta, inevitabile, è solo una questione di tempo.

L’uomo è caduto, come spesso accade, sfinito dall’altitudine, dalla stanchezza, tradito dai mancati appigli. Caduto nei consueti pozzi senza fine, nelle mostruose visioni, da dove attingerà l’inchiostro per descrivere l’insostenibilità che è propria anche dell’ eccessiva profondità.

L’uomo volante tornerà, come spesso accade, e come sempre tornerà lassù dove non è permesso sostare. Salirà ancora, spossante continua altalena. per mettere a repentaglio la propria mente, per scherzare con essa come bisognoso di una droga, perché il mondo comune, paradossalmente, è di un insostenibile grigiore.

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